I problemi della lotta contro gli inquinamenti dell’ambiente di vita

Estratto da «Corso di Medicina Preventiva per Medici Condotti»
Bologna, 5-12-19-26 maggio 1973

Nel rivolgere un cordiale saluto ai medici condotti, cui è destinato questo breve corso di aggiornamento su alcuni dei problemi più attuali della sanità, dell’igiene pubblica e dell’assistenza, debbo innanzi tutto rilevare come l’argomento che mi è stato assegnato sia, per la sua estrema complessità, difficilmente contenibile nei limiti di una conversazione monotematica quale quella che ci accingiamo insieme ad affrontare.

L’inquinamento ambientale è, insieme alla crisi delle risorse naturali e alla rottura degli equilibri ecologici, di cui rappresenta soltanto fattore di interazione, uno dei fenomeni più giravi e intricati che l’umanità si sia mai trovata davanti. La specie umana ha potuto disporre dell’ambiente a volontà per tutta la sua storia: ora, in un mondo divenuto improvvisamente piccolo, ove le ripercussioni dell’impatto tecnologico e delle modificazioni antropogeniche rimbalzano rapidamente da un capo all’altro della biosfera innescando anelli di retroazione positiva che imprimono alla degradazione dell’ambiente una dinamica ingravescente a ritmi chiaramente esponenziale, l’uomo si trova di fronte a inattese Imitazioni naturali contro cui si scontra mortalmente l’attuale linea di sviluppo della società.

Per la prima volta i problemi si pongono in termini globali – dal punto di vista fisico e sociale – e perentori, non concedendo ampi margina di tempo per la loro soluzione.

Riprenderemo più avanti questi concetti, che dell’argomento in discussione rappresentano la sintesi filosofica, per soffermarci in una sommaria analisi di alcuni aspetti dell’inquinamento ambientale e dei problemi igienico sanitari e giuridico organizzativi che ne derivano.

L’inquinamento delle acque, che coinvolge ormai tutte le nostre risorse idriche di superficie e intacca già talune di quelle profonde, è legato solo in parte allo sviluppo demografico e all’aumento dell’urbanizzazione, con le conseguenti necessità di smaltimento dei prodotti del catabolismo umano. Per La maggior parte esso è invece da attribuire, come è noto, al continuo incremento dei rifiuti delle attività industriali che, insieme ai prodotti chimici usati in agricoltura e a quelli di consumo domestico – come i detergenti sintetici – non soltanto contribuiscono direttamente e in misura massiccia all’inquinamento ma spesso ostacolano i processi naturali di depurazione dei liquami cloacali.

Non è il caso di rammentare a colleghi i pericoli infettivi e tossici conseguenti: particolarmente preoccupanti i secondi, sia per la loro crescente dimensione, sia perché meno agevolmente controllabili causa l’estrema varietà dei composti chimici responsabili e la difficoltà degli accertamenti etiopatogenetici. Infatti i danni alla salute per contaminazione di approvvigionamenti idrici superficiali o profondi sono nella maggior parte dei casi a lungo termine, con manifestazioni subdole, e di dubbia interpretazione diagnostica. Inoltre, nei riguardi di una eventuale utilizzazione diretta per l’approvvigionamento idrico, l’inquinamento chimico delle acque – rispetto a quello microbiologico – comporta problemi di potabilizzazione più complessi e talvolta ardui da risolvere, oltre che assai costosi.

L’inquinamento idrico di derivazione agricola e industriale si ripercuote sovente assai lontano, specie per quanto concerne metalli e composti tossici scarsamente degradabili, per i quali all’azione diluente dello spazio si contrappone un lento ma inesorabile accumulo nel tempo, spesso aggravato dalla concentrazione biologica nella catena alimentare. Ricerche eseguite nell’ultimo quinquennio dal Prof. Viviani e dai suoi collaboratori dell’Istituto di Biochimica Veterinaria dell’Università di Bologna e del Centro Universitario di Ricerche sulle Risorse Biologiche Marine, di Cesenatico, hanno messo in evidenza nei girassi di sardine pescate nell’alto Adriatico, in corrispondenza dei più bassi livelli stagionali di lipidi totali, concentrazioni di DDT e dei suoi derivati fino a 17,50 p.p.m. e di PCB fino a 33,50 p.p.m. Al medesimo test biologico i residui di bifenilpoliclorurati (tipico indice di contaminazione industriale) sono pertanto apparsi più elevata di quelli del DDT e dei suoli metaboliti, provenienti dall’inquinamento agricolo e urbano, denunciando una contaminazione dell’Adriatico persino superiore a quella già rilevata da diversi ricercatori del Mar Baltico. Ciò non può stupire, ove si consideri il contributo inquinante che al mare proviene dalle zone fortemente antropizzate e industrializzate del retroterra padano.

A tale situazione sconcertante fa riscontro l’estrema carenza della nostra legislazione, per la quale l’acqua è soltanto un veicolo, una res nullius, non una res omnium, un bene pubblico da tutelare in quanto indispensabile alla vita e alla maggior parte delle attività umane. Sarebbe vano cercare nelle nostre leggi qualsiasi riferimento qualitativo ufficiale circa l’idoneità di uno scarico inquinante, mentre la polverizzazione delle competenze tra una molteplicità di organi diversi, ignorantisi reciprocamente nel perseguimento dei loro fini particolari, sembra studiata apposta per mal celati scopi permissivi.

Sale oggi dall’opinione pubblica una richiesta di controllo sociale dei beni collettivi che non può più essere disattesa: i tempi sono ormai maturi per far assumere alla Pubblica Amministrazione un ruolo attivo in proposito, che superi largamente i limiti dell’intervento esclusivamente autorizzativo repressivo fin qui adottato. Non si tratta perciò soltanto di imporre standards di accettabilità degli scarichi. A nostro avviso non è possibile porsi il problema della tutela delle acque disgiuntamente da quello della disponibilità delle stesse, cioè delle risorse idriche indispensabili ai futuri sviluppi della vita umana. Sono due aspetti  inscindibili dal punto di vista concettuale quanto da quello delle soluzioni pratiche. E poiché, pur tenendo conto dell’evoluzione tecnologica, le risorse d’acqua si prospettano sempre più limitate per il futuro, nostro obiettivo dovrebbe essere quello di recuperare, in un periodo di tempo ragionevole, ogni corpo idrico alla perfetta idoneità verso la vita della flora e della fauna naturale e alla piena disponibilità per tutti gli usi, ivi compreso quello potabile con metodi di depurazione accessibili ed economicamente convenienti.

E’ quindi necessario che una legge nazionale sulle acque operi la sin tesi fra tutela e gestione del patrimonio idrico, concependo l’intervento della pubblica amministrazione soprattutto sotto il profilo programmatorio e, a livello periferico, anche imprenditoriale: ai Comuni, alle Province e ai loro consorzi dovrà essere riconosciuto dl poterne di gestire direttamente e con diritto di privativa i pubblici servizi di depurazione da finanziare attraverso tributi speciali.

In sostanza noi rivendichiamo un Piano Nazionale delle Acque, elaborato a livello statale attraverso le indicazioni date dalle singole amministrazioni regionali, che stabilisca, per un determinato arco di tempo, il fabbisogno delle risorse idriche, il Iorio reperimento e le destinazioni prioritarie. Il Piano dovrebbe essere proposito da un Comitato Nazionale costituito da rappresentanti delle due Camere e di ciascuna Regione, e per la sua attuazione il Parlamento dovrebbe formulare programmi quinquennali dei finanziamenti da attribuire annualmente alle Regioni con i meccanismi di cui all’art. 9 della L. 16 maggio 1970, n. 281. La legge dovrebbe insieme determinare i limiti di accettabilità degli scarichi e i relativi metodi ufficiali di analisi, le sanzioni penali e amministrative, riservando allo Stato i necessari compiti di indirizzo e di coordinamento ma stabilendo chiaramente la competenza delle singole Regioni nella programmazione degli interventi su scala regionale e nell’attuazione amministrativa del piano, con facoltà di delega agli Enti locali minori. Ugualmente alle Regioni sono da attribuire, con identica facoltà di delega, le concessioni di derivazione e di utilizzazione delle acque, come pure le autorizzazioni agli scarichi.

Quanto ai limiti di accettabilità degli effluenti, i margini di tempo per la loro applicazione potrebbero ovviamente essere graduati secondo la pericolosità delle sostanze considerate. Essi potrebbero anche essere diversi come limiti di pretrattamento nell’ambito di un sistema chiuso di depurazione, ma dovrebbero essere unici come obiettivo per tutto il territorio nazionale (e se possibile anche in campo internazionale) al livello delle immissioni nei corpi idrici – con le sole modificazioni riguardanti i limiti dei cloruri e dei solfati negli scarichi diretti in mare – per evitare squilibri nella  competitività delle imprese e soprattutto incentivazioni e disincentivazioni negli insediamenti, al di fuori di ogni programmazione economica e territoriale. E’ quesito uno dei motivi per cui siamo fermamente contrari ad ogni classificazione dei corsi d’acqua, oltre che per le evidenti interconnessioni esistenti nel sistema idrico superficiale, per cui sarebbe difficile circoscrivere livelli di inquinamento senza ripercussioni altrove  indesiderate.

E’ chiaro che solo dando luogo a modelli amministrativi nuovi nel senso prima indicato si potrà ovviare nello stesso tempo all’insufficiente azione protettiva che l’adozione di limiti di accettabilità indifferenziati, anche se abbastanza restrittivi, può manifestare nei riguardi dei livelli assoluti di inquinamento di recipienti con scarsa ricettività. Solo graduando gli – obiettivi di risanamento in tappe preordinate ed inquadrando gli interventi nella programmazione economica generale si potranno superare anche i timori circa gli eventuali effetti squilibranti dei costi del disinquinamento nei riguardi dello sviluppo e si potrà evitare un’iniqua ripartizione degli oneri conseguenti.

Gli aspetti finanziari sono indubbiamente fondamentali in una politica di tutela e di gestione sociale delle risorse idriche. Sarà indispensabile fiscalizzare gli oneri dei servizi collettivi di carattere generale, come quelli di vigilanza e di controllo, e prevedere mutui a lungo termine e contributi a fondo perduto per l’impianto dei pubblici servizi di depurazione. Una quota del bilancio statale dovrà essere a tal fine assegnata alle Regioni,
le quali potranno destinare una parte alla concessione di mutui agevolati agli artigiani e alle piccole e medie imprese, singole o associate, per la costruzione degli impianti di pretrattamento necessari. La manutenzione di depurazione dovranno invece essere finanziate attraverso tributi speciali che gli Enti locali applicherebbero alle utenze, commisurandoli al volume e al carico inquinante e comprendendovi una quota per l’ammortamento del capitale investito.

Infine è necessario comprendere che è irrazionale ed antieconomico affidarsi ad una perenne rincorsa tra inquinamento e disinquinamento, e che in futuro occorrerà soprattutto evitare, per quanto possibile, di ‘inquinare: l’adozione di limiti unici di accettabilità, progressivamente più severi anche in rapporto allo sviluppo tecnologico, è il sistema più valido per raggiungere lo scopo, unitamente all’imposizione di tributi speciali rapportati all’entità del carico inquinante. Potrà tuttavia prevedersi anche una forma di controllo pubblico sulla razionalizzazione dei cicli produttivi nei riguardi dei nuovi insediamenti e in occasione di adempimenti e modificazioni degli stabilimenti già esistenti. E’ questo un ulteriore, valido motivo per respingere la classificazione dei corsi d’acqua secondo gli usi, che non è per nulla legata alla riconosciuta necessità di integrare in avvenire il controllo degli effluenti con il controllo dei recipienti, nell’ambito di una politica di pianificazione e per una maggiore garanzia ai fini protettivi dianzi citati. E’ in proposito indispensabile un forte impulso alla ricerca scientifica in materia, che dovrebbe essere coordinata e pianificata dal citato Comitato Nazionale per il Piano delle acque – ovvero dal C.N.R. opportunamente modificato – e ricevere un finanziamento adeguato.

La problematica succintamente illustrata nei riguardi dell’inquinamento idrico presenta alcuni elementi di generale validità, applicabili anche alla tutela dagli inquinamenti atmosferici. In questo settore tuttavia è stata emanata una normativa recente, di cui nondimeno dobbiamo riuscire a ottenere l’emendamento se vogliamo rendere più efficiente l’intervento della Pubblica Amministrazione e porne concretamente sotto controllo numerose sorgenti di emissioni inquinanti che ancora sfuggono a un’adeguata disciplina. Inoltre le particolari caratteristiche delle fonti emittenti e del mezzo fisico recipiente conferiscono ai problemi dell’inquinamento atmosferico una indubbia peculiarità.

Mentre i ricettori terminali degli scarichi idrici o non subiscono, per lunghi periodi, apprezzabili variazioni naturali di ricettività (mare, laghi) o risentono al riguardo soltanto di oscillazioni stagionali sia pure intense (corsi d’acqua, nei quali per altro la diffusione segue un tracciato costante e unidirezionale) l’atmosfera presenta, particolarmente nella zona padana della nostra Ragione, rapide modificazioni nelle condizioni di dispersione degli inquinanti in rapporto alle mutevoli condizioni meteorologiche. Nella valle padana occidentale la frequente inversione del gradiente termico verticale, ostacolando i fenomeni di diffusione, determina situazioni per cui emissioni in altri momenti accettabili divengono improvvisamente intollerabili per il ristagno e l’accumulo al suolo. In questi casi è evidente che il controllo delle emissioni e il potenziamento della rete dei laboratori pubblici o degli altri organi di vigilanza non è sufficiente a indicare con tempestività le suddette condizioni di allarme e diviene necessaria l’installazione di una rete di monitoraggio per il rilevamento automatico e continuo delle « immissioni », cioè dell’inquinamento in atto nell’aria all’esterno del perimetro industriale, che è quella effettivamente respirata dai cittadini. Il monitoraggio potrà essere talora specifico, cioè riferito a un determinato inquinante notoriamente emesso dalle industrie nella zona considerata (per es. fluoro, ossido di carbonio, polveri sospese), ovvero più spesso potrà utilizzare l’SO2 come tracciante, permettendo di risalire dalla concentrazione di questa, attraverso il calcolo matematico, alla concentrazione di altri inquinanti di cui si conoscano le sorgenti di emissione e le loro caratteristiche.

La Regione intende realizzare in tempi brevi tale rete di monitoraggio ed estenderla anche al controllo degli inquinamenti idrici: è vero che verso di questi il monitoraggio ha un significato diverso, per la molteplicità dei parametri da considerare e per l’impossibilità di riferirsi a un tracciante generalmente significativo, ma è altrettanto vero che in Emilia Romagna l’inquinamento idrico è di natura eminentemente organica, prevalendo le industrie alimentari e gli allevamenti di bestiame, per cui il rilevamento automatico di alcuni valori (torbidità, ossigeno disciolto, potenziale di ossidoriduzione, COD) sarebbe certamente molto indicativo circa le effettive condizioni di inquinamento dei corsi d’acqua.

In certi casi sarà pure possibile, con un’idonea collocazione dei sensori periferici, identificare attraverso la rete di monitoraggio il responsabile di uno scarico non regolamentare, sia idrico sia atmosferico: altre volte sarà necessario, ricevuta la segnalazione automatica, procedere all’identificazione per mezzo di sopralluoghi e del campionamento manuale ovvero utilizzando mezzi mobili di rilevamento.

Il Comitato Regionale dell’Emilia Romagna contro l’inquinamento atmosferico ha già imposto ad alcuni grossi stabilimenti petrolchimici l’installazione di apparecchiature automatiche per la segnalazione delle immissioni e dei parametri meteorologici fondamentali, con obbligo di collegarle alla rete regionale non appena questa sarà pronta. Ciò corrisponde a un criterio di equità, secondo cui le industrie dovrebbero essere chiamate a concorrere ai notevoli oneri finanziari dovuti al controllo dell’inquinamento da esse provocato.

Com’è noto la Legge 13 luglio 1966, n. 615 e i relativi regolamenti di esecuzione prevedono che le disposizioni contro l’inquinamento atmosferico prodotto dalle industrie o da impianti termici si applicano soltanto nei comuni classificati nelle «zone di controllo» A e B del territorio nazionale. Se ciò è comprensibile per gli impianti termici, che trovano nella concentrazione dell’agglomerato urbano un indubbio fattore di esaltazione degli effetti inquinanti, non lo è altrettanto nei riguardi delle industrie: non si può infatti accettare una discriminazione tra zone protette e zone non protette dalle «immissioni» industriali, né si vede perché dovrebbe essere classificato in una delle suddette zone di controllo un piccolo comune che abbia problemi di inquinamento specifico (per es. da fluoro, da piombo o da polveri sospese), con conseguenze economiche per gli abitanti dell’intero territorio comunale che si vedrebbero costretti a trasformare i sistemi di combustione domestica. Pier questo l’Emilia Romagna ha proposto che soltanto le disposizioni concernenti gli impianti termici siano limitate alle «zone di controllo» previste dalla Legge 615, mentre la disciplina dell’inquinamento atmosferico di origine industriale sia estesa a tutto il tenitorio nazionale.

Per quanto riguarda gli impianti termici va rilevato che, fino a quando essi adopereranno combustibili fluidi e non si disporrà di sistemi convenienti che consentano di attuare su larga scala la desolforazione dei fumi, lo Stato dovrà assicurare un’adeguata disponibilità di combustibili che siano stati previamente desolforati, per garantirne il riferimento almeno ai grossi comuni che denunciano le più critiche concentrazioni invernali di SO2, come pure alle centrali termoelettriche e alle raffinerie di petrolio, principali diffusori di detto gas nell’atmosfera.

La progettata centrale termoelettrica dell’ENEL a Porto Tolle, costituita da 4 seziona da 600 MW ciascuna, scaricherà complessivamente 160 milioni di mc di gas al giorno, dei quasi almeno 600.000 mc di SO2, pari a circa 650 tonnellate. E’ evidente che a mostri del genere dovrebbe essere imposto l’uso esclusivo di combustibili a basso tenore di zolfo, che sono invece difficilmente reperibile sul mercato italiano malgrado l’eccessivo numero di raffinerie installate nel territorio nazionale. Orbene, noi riteniamo che alle raffinerie di petrolio dovrebbe essere imposta La funzione sociale di produrre i combustibili desolforati necessari, dei quali, ove occorra, dovrà essere vietata l’esportazione.

Oggi la collettività deve intervenire attivamente nel determinare gli indirizzi produttivi, senza di che la lotta contro gli inquinamenti è destinata a rimanere su un piano velleitario. L’umanità ha dovuto difendersi per millenni dalle insidie della natura, ma ciò contro cui deve aspramente combattere adesso sono gli effetti delle modificazioni antropogeniche: senza un urgente ripristino del controllo sociale della produzione, questa si sta rivolgendo contro l’uomo stesso con conseguenze esiziali. Per esempio l’aberrante sviluppo del traffico motorizzato e la tenace resistenza opposta da enormi interessi privatistici internazionali allo studio e allo sviluppo di forme di trazione diverse dal motore a combustione interna hanno creato in questi ultimi anni la più estesa minaccia alla salute pubblica fra quante provengono da tutte le altre fonti di inquinamento.

E’ noto che i motori a combustione interna effondono nell’atmosfera una quantità di sostanze inquinanti pari a circa il 50% del carburante impiegato. Oltre l’85% di queste, in peso, è costituito da ossido di carbonio. In corrispondenza dei semafori delle nostre città, specie nelle strade strette e porticate e a breve altezza dal suolo, gli indici di CO2 superano sistematicamente 100 p.p.m. Tra i vigili urbani di Milano furono riscontrati già nel 1955 valori di carbossiemoglobinemia fino al 10% e in quelli di Genova, nel 1963, reperti medi del 7% escludendo i fumatori. Nella relazione al XII Congresso Nazionale di medicina sociale – tenutosi a Trieste dal 20 maggio al 2 giugno 1969 – Petrilli e Kanitz riferirono dati sperimentali secondo cui, in condizioni di traffico in colonna continua, un’autovettura che ha finestrini chiusi ne segua un’altra a distanza di soli 2 m viene a ritrovarsi dopo un certo tempo nell’abitacolo una concentrazione sicuramente tossica di 0,35% di CO (7 volte superiore alla concentrazione massima e 17,5 volte superiore alla concentrazione media ammesse dal D.P.R. 15 aprile 1971, n. 322 come limiti per l’inquinamento provocato dalle industrie): una concentrazione cioè in grado di alterare senz’altro, se persistente, le capacità discriminanti dei centri nervosi superiori.

D’altra parte per ogni litro di benzina «super» consumata vengono emessi gr. 0,7 di piombo, sotto forma di ossidi, di alogenuri e di solfati, in particelle che per il 70-80% hanno un diametro sensibilmente inferiore al µ e costituiscono pertanto materiale facilmente inalabile, poco soggetto alla forza di gravità e tendente invece a formare aerosoli  secondari stabili. Bisogna temer presente inoltre la forza di eiezione dell’effluente e la sua carica di calore che ne aumenta la diffusione vorticosa, come pure l’altezza, da terra e la direzione dell’emissione che appaiono ideali per un impatto con l’ampia superficie respiratoria polmonare. In una città come Bologna l’effluenza di piombo dal traffico motorizzato può essere stimata senz’altro più di 2 quintali al giorno.  Occorre. anche dire che l’organismo umano assorbe il 50% del piombo inspirato, contro solo il 10% di quello ingerito per via gastroenterica. Secondo G. R. Taylor il livello del piombo riel sangue dell’uomo era, nell’epoca pre-industriale, di 2,5 parti per miliardo, mentre alcuni anni fa nei vigili urbani di Milano sono state rilevate piomboemie fino a 90 γ per 100 cc di sangue, quasi l mg per litro! Henry Schroeder, della scuola di medicina di Dartmouth, ritiene che una maggiore sensibilizzazione dei medici verso la diagnosi di saturnismo subclinino o latente potrebbe rivelare in molti pazienti affetti da astenia, esaurimento o nevrosi, uno stadio di intossicazione da piombo. In questi pazienti iniezioni di Na2 Ca EDTA – sale disodico monocalcico dell’acido etilendiammiunotetracetico, un agente chelante che si lega al piombo – determinano notevoli piomburie.

Altre sostanze tossiche, tra cui idrocarburi e ossidi di azoto, sono diffuse dal traffico motorizzato, ma un pericolo particolare deriva dalle crescenti quantità di fibre di amianto immesse nell’atmosfera in seguito all’abrasione delle guarnizioni dei fremi e della frizione delle vetture, Ormai nella grande maggioranza di soggetti esposti all’inquinamento urbano è possibile, con opportune tecniche, dimostrare la presenza di asbesto come reperto autoptico polmonare. E poiché tra le numerosissime sostanze imputate di favorire il cancro l’amianto è una delle poche per cui la correlazione con tale malattia è stata sicuramente accertata, non sembra il caso di trascurare una minaccia così evidente e di attendere ancora a lungo altre prove prima di intervenire.

Da ultimo, ma non certo in ordine di importanza, il traffico motorizzato sta minando il nostro organismo attraverso il preoccupante aumento del rumore di fondo, che nelle città ha ormai raggiunto livelli di pericolo di oltre 90 decibels, con una progressione costante negli ultimi 30 anni, aggravata da un parallelo regresso nell’isolamento acustico delle abitazioni. I convegni sempre più numerosi ove l’argomento viene dibattuto tendono in genere a porre l’accento sugli effetti del rumore nei riguardi del sistema nervoso centrale, per definirlo come un fastidio cui ci si può in una certa misura abituare. Si accenna anche all’azione degenerativa sull’apparato uditivo ma spesso non viene abbastanza sottolineato come i danni più comuni e più gravi si rilevino al li vello vegetativo, dove le sollecitazioni acustiche vengono scaricate anche quando al rumore non si presti attenzione, come nel sonno. La conseguente vasocostrizione, l’aumento del ritmo cardiaco, del ricambio, della tensione muscolare, della pressione arteriosa (cui seguono sovente ipotensione e astenia), insieme alla diminuita attività degli organi digerenti e allo spasmo intestinale, formano il quadro dli una reazione generale di allarme che corrisponde alla funzione orientativa originaria del senso dell’udito verso i pericoli dell’ambiente, tramandata nella scala animale fin dai tempi più remoti. Sulla scorta della vastissima mole di dati sperimentali circa gli effetti biologici delle vibrazioni sonore sembra fondato ritenere che buona parte della patologia corrente, specie quella ad impronta neurovegetativa ed ansiosa che incide da misura così rilevante sulla spesa sanitaria e sul reddito nazionale, trovi nel rumore una componente etologica di notevole importanza.

Contro tutte le citate aggressioni provenienti dal traffico motorizzato non siamo adeguatamente tutelati sotto il profilo giuridico, per la mancata applicazione del Capo VI della L.13 luglio 1966, n.615, che a sette anni di distanza non ha ancora trovato l’auspicata regolamentazione. Non si tratta evidentemente di combattere il traffico motorizzato come fattore di civile progresso ma solo di regolarlo nelle sue manifestazioni dannose per la collettività: il che sarebbe oggi tecnicamente possibile se evidenti e forti concentrazioni di interessi non vi si opponessero con tenacia.

Già nella seduta del 10 gennaio 1972 il Comitato Regionale dell’Emilia Romagna contro l’inquinamento atmosferico affrontava costruttivamente l’argomento in un memorabile ordine del giorno cui non sembra abbia corrisposto al livello centrale altrettanto sollecita premura.

Non meno complesse sono le questioni dell’inquinamento del suolo. Ai rifiuti solidi urbani – che per l’aumentato volume e la diversa composizione pongono problemi di raccolta, di trattamento e di smaltimento diversi dia quelli di un passato non lontano – dovranno aggiungersi i fanghi residui e spesso tossici del pretrattamento che verrà imposto agli scarichi liquidi industriali. Anche in questo settore è urgente la revisione della vecchia L. 20 marzo 1941, n. 366, pressoché integralmente disapplicata, e la predisposizione di nuovi meccanismi finanziari per la copertura degli oneri veramente notevoli che il servizio comporta. Da un’indagine svolta tre anni fa dal Comune di Bologna presso gli 825 comuni italiani con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, risulta che per la sola fase di raccolta dei rifiuti il costo annuo approssimativo era di 200 maliardi di lire per il personale e di 10 miliardari per le attrezzature.

L’Emilia Romagna sta già studiando una rete di servizi consortili che dovrebbe consentire di risolvere nel modo ottimale i problemi sanitari ed estetici sollevati dai cumuli di rifiuti che traducono in termini sensoriali le caratteristiche deteriori della civiltà dei consumi.

Più giravi si presentano, dal punto di vista biologico, le conseguenze della contaminazione del suolo da parte dell’ingente quantità di prodotti chimici di origine industriale che vi vengono versati direttamente (anti-parassitari agricoli ed erbicidi) o vi pervengono indirettamente dalle acque inquinate e dall’atmosfera.

Il suolo, particolarmente nei suoi strati umiferi, è sede e fonte di vita e va riguardato come un sistema ecologico intimamente integrato nella biosfera, ove svolge funzioni essenziali nella rigenerazione dell’ambiente, specie nella mineralizzazione della materia organica. Si può dire che se la fotosintesi clorofilliana è determinante per l’esistenza della vita sul mostro pianeta, non meno importante è a tal fine il complesso dei processi metabolici che si svolgono nel terreno, espressione delle attività microbiche cui è legata la sua fertilità e una notevole quota delle trasformazioni energetiche e materiali che interessano la biologia.

Sono in parte noti i caratteri del microhabitat, i fenomeni di antibiosi, i meccanismi enzimatici, le interazioni tra microflora, microfauna e piante che regolano l’ecosistema ipogeo, ma indubbiamente la scienza del suolo è ancora giovane e costituisce vasto campo di indagine per l’avvenire. Tuttavia già oggi possiamo affermare che se la massiccia contaminazione del suolo, incrementandosi con il ritmo attuale, dovesse comprometterne il dinamico equilibrio biologico, le conseguenze per la vita vegetale e animale sarebbero imprevedibili.  E’ al riguardo necessario un serio impegno scientifico nella valutazione critica delle interazioni indotte, allo scopo di discriminare, nell’imponente arsenale chimico creato dall’uomo, quei prodotti che consentano di raggiungere i giusti obiettivi agronomici ed economici con il minimo pregiudizio ecologico e sanitario.

In una lucida e attiva interpretazione del nuovo ruolo che compete alla Pubblica Amministrazione nella tutela dell’ambiente, la nostra Regione sta conducendo, con la collaborazione di due società specializzate dei gruppo IRI, un’indagine globale su tutti gli inquinamenti dell’aria, delle acque, del suolo, interessanti il suo territorio, allo scopo di poter disporre di un organico quadro conoscitivo di base cui raccordare sotto il profilo ecologico la propria attività programmatoria. Non si tratta di uno dei numerosi censimenti burocratici oggi di moda, ma di uno studio elaborato con metodologie originali che consentirà entro il prossimo mese di luglio di valutare per la prima volta il contributo dei diversi fattori di generazione degli effetti inquinanti al livello dei singoli comuni.

Ovviamente i risultati dell’indagine apriranno una fase di interventi concreti, che qualificherà la politica della Regione nella lotta contro gli inquinamenti. Si tratterà in un primo momento soprattutto di agevolarne la realizzazione dli una rete integrata di impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi e per l’abbattimento delle emissioni nell’atmosfera, utilizzando anche strumenti finanziari a sostegno degli Enti locali, dell’artigianato e della piccola industria. Nello stesso tempo verrà studiato un piano per l’utilizzazione e la salvaguardia delle risorse idriche, mentre sarà sviluppato l’impegno inteso ad ottenere la revisione dell’attuale legislazione statale per la tutela del suolo, dell’aria, delle acque secondo i concetti generala prima Illustrati.

La necessità di rendere permanente il controllo della contaminazione ambientale, di cui l’indagine in corso ci darà soltanto una fotografia destinata in breve tempro a non essere più attuale e veritiera, sarà soddisfatta sia attraverso l’impegnativo programma già accennato, che prevede l’installazione di una rete regionale di rilevamento automatico e continuo degli inquinamenti atmosferici e idrici, con struttura modulare da realizzare frazionamente in un arco pluriennale, sia attraverso il potenziamento dei laboratori di analisi e dei servizi di vigilanza.

Ho voluto accennare ad alcuni tra gli innumerevoli problemi tecnici, giuridici e organizzativi inerenti all’attuale stadio della lotta contro gli inquinamenti e la degradazione ambientale: problemi tutti ormai maturi per essere realisticamente affrontati in termini risolutivi. Non è però da, credere che ogni problema di inquinamento e di degradazione dell’ambiente possa oggi effettivamente essere risolto dalla tecnologia. Nel caso già citato della centrale termoelettrica di Porto Tolle l’uso di combustibili a basso tenore dii zolfo diminuirebbe di tre o cinque volte le emissioni di SO2, ma queste rimarrebbero pur sempre nell’ordine di centinaia di tonnellate al giorno. Inoltre l’emissione giornaliera di 11 milioni di mc di vapore acqueo, alla temperatura di circa 150° e a 200 m. di altezza, in una zona che presenta in permanenza un’elevata umidità relativa, provocherà inevitabilmente variazioni micro e mesoclimatiche, specie nei riguardi della nebulosità, delle precipitazioni, della temperatura, della radiazione globale e particolarmente di quella ultravioletta. La sostituzione delle centrali termoelettriche con quelle elettronucleari non sembra possa risolvere i problemi dell’inquinamento termico, a parte le note difficoltà nel contenimento dei rifiuti radioattivi.

E’ chiaro pertanto che l’installazione di certi stabilimenti inevitabilmente inquinanti dovrebbe essere rigidamente pianificata, al livello nazionale così come a quello regionale, in una valutazione comparativa dei benefici sociali e dei danni ecologici che ne derivano, assicurandone l’ubicazione nei luoghi naturalmente più ricettivi e secondo criteri di armonico inserimento nella programmazione economica e territoriale.

D’altra parte non sarà possibile, con tecnologie sempre più sofisticate, eludere ogni conseguenza dell’impatto ecologico fino a quando non conosceremo gli innumerevoli equilibri dinamici della biosfera. Il grande fisiologo sovietico Ivan Pavlov, primo premio Nobel per la medicina, parlando il 28 dicembre 1909 a Mosca dei reciproci rapporti tra gli elementi più infinitesimali dell’ambiente e le reazioni sensibilissime degli organismi animali, così si esprimeva: « In questo modo tutta la vita, dagli organismi più semplici ai più complessi, compreso naturalmente l’uomo, è urna lunga serie di sistemi di equilibrio sempre più complicati con il mondo esterno. Verrà un giorno – lontano, ammettiamolo – in cui l’analisi matematica, appoggiandosi sulle scienze naturali, abbraccerà con possenti formule d’equazioni tutti questi equilibri, comprendendovi alla fine anche sé stessa». Mai forse mente umana concepì un pensiero più profondo. Noi vogliamo condividere questo meraviglioso atto di fede e credere che in un lontano futuro l’umanità possa controllare l’intreccio apparentemente inestricabile delle interazioni ambientali, delle instabili connessioni tra la non vita e la vita: ma fino ad allora dovremo umilmente ammettere che il nostro dominio sulla natura è limitato e procedere con la dovuta saggezza e responsabilità nelle profonde modificazioni che le arrechiamo.

In un recente articolo l’accademico sovietico Davitaja, direttore dell’Istituto Geografico Georgiano, mettendo in evidenza come la quantità di ossigeno nell’atmosfera stia diminuendo di più di 10 miliardi di tonnellate all’anno, con un corrispondente aumento di anidride carbonica, così suggerisce i mezzi per evitare che un giorno l’umanità possa rimanere soffocata: « In primo luogo evitare una diminuzione della flora terrestre e aumentare l’incidenza di determinate piante che purificano l’aria, cioè che liberano l’atmosfera da componenti dannosi per l’uomo quali gli idrocarburi aromatici, i carbonili, gli acidi, gli alcooli, gli olii eterei, ecc. In secondo luogo la composizione dell’atmosfera può essere mantenuta stabile utilizzando nuovi tipi di energia che non richiedano consumo di ossigeno, sfruttando più largamente e razionalmente l’energia dell’acqua, del vento, dell’atomo. E, in un lontano avvenire, quella della reazione fra materia e antimateria» … «In questa lotta contro l’inquinamento dell’atmosfera – conclude Davitaja – hanno molta importanza l’irrigazione delle terre desertiche, la loro messa a cultura e la creazione di grandi fasce boscose protettive, la diminuzione e infine la scomparsa dello scarico del fumo e di altri prodotti della combustione, l’elaborazione di una tecnologia che faccia a meno delle ciminiere e che preveda uno schema chiuso, che utilizzi tutti i residui della produzione».

La questione non è dunque se essere ottimisti o pessimisti sui risultati della lotta contro l’inquinamento e sulle possibilità di vincerla malgrado l’incremento esponenziale della popolazione e lo sviluppo continuo della produzione industriale, del consumo di alimenti, dello sfruttamento delle risorse naturali. Certo la supina accettazione delle regole della società consumistica fino alle sue estreme conseguenze condurrebbe alla catastrofe. Ma proprio per questo occorre reagire senza indugio ad ogni fatalistico attendismo e alla tentazione di astratti atteggiamenti recriminatori o divinatori, individuando i motivi socioeconomici profondi che sono alla base degli inquinamenti e della frattura determinatasi tra l’uomo e la natura.

Il discorso potrebbe apparire a questo punto fuori tema, ma non lo è. Medicina preventiva significa innanzi tutto prevenzione primaria collettiva, cioè azione intesa a ridurre i fattori esogeni di malattia che oggi sono soprattutto quelli legati all’inquinamento e alla degradazione dell’ambiente di vita e di lavoro. Se non sì rimuovono le cause morbigene primarie alla base della nuova patologia degenerativa sostituitasi a quella prevalentemente infettiva che ha dominato l’umanità fino alla fine del secolo scorso, non si può in concreto e seriamente parlare di medicina preventiva.

Ma le noxae ambientali che sostengono l’attuale patologia sono esclusivamente il prodotto di fattori socioeconomici che non possono essere rimossi in sede medica, bensì politica. E’ chiaro che il crescente squilibrio ecologico impone la necessità di stabilire nuove relazioni tra l’uomo e l’ambiente, relazioni che invero non presuppongono soltanto un diverso atteggiamento culturale dell’uno e una tutela giuridica dell’altro, ma coinvolgono la struttura stessa della società, i rapporti di produzione e di regime di appropriazione delle proprietà pubbliche e private.

Si può affermare che la rottura degli equilibri ecologici deriva dal caotico sviluppo della pressione umana sull’ambiente, esercitata sotto l’impulso di interessi privatistici intrinsecamente inconciliabili con una esatta interpretazione delle effettive esigenze della collettività. In sostanza gli squilibri ambientali non sono che il riflesso degli squilibri esistenti nell’ambito della società, ancora incapace di autocontrollarsi e quindi fatalmente impotente a dominare i propri rapporti con la natura.

Ma, quale che sia l’angolazione politica che si voglia dare all’impostazione del problema, non sembra esservi dubbio che la sua soluzione si esprime unicamente in termini di controllo, cioè di pianificazione globale che consenta ai pubblici poteri effettive possibilità di incidere sia in senso correttivo, sia, soprattutto, in senso preventivo nei riguardi delle alterazione ambientali. Una corretta politica ecologica richiede infatti non soltanto la gestione integrata del territorio ma anche una visione globale e interdisciplinare delle relazioni esistenti all’interno dall’ecosistema: una visione ovviamente non passiva ma che possa tradursi in concreto nelle scelte ottimali per comporre via via al livello più elevato la dialettica contrapposizione fra natura ed effetti antropogenici.

In definitiva è non solo e non tanto dalla tecnologia, arma di per sé a doppio taglio, che potremo ottenere il successo nella lotta contro gli inquinamenti e la degradazione ambientale, bensì dalla partecipazione diretta e consapevole dei cittadini alle scelte che riguardano la propria vita e il proprio avvenire.

Un pensiero riguardo “I problemi della lotta contro gli inquinamenti dell’ambiente di vita

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